"Aminta" è una favola pastorale composta da Torquato Tasso nel 1573 e pubblicata nel 1580 ca.

Trama
Un pastore, Aminta, si innamora di una ninfa, Silvia, ma non viene ricambiato. Dafne, amica di Silvia, gli consiglia di recarsi alla fonte dove si bagna di solito Silvia. Silvia viene aggredita alla fonte da un satiro che si appresta a violentarla, quando interviene Aminta che la salva. Ma lei, ingrata, scappa senza ringraziarlo. Aminta trova un velo appartenente a Silvia sporco di sangue e pensa che sia stata sbranata dai lupi. Addolorato per la presunta morte dell'amata decide di suicidarsi gettandosi da una rupe. Silvia, che in realtà non è morta, ricevuta la notizia del suicidio di Aminta, presa dal rimorso e resasi conto di amarlo si avvicina al corpo piangendo disperata. Ma Aminta è ancora vivo perché un cespuglio ha attutito la caduta e riprende i sensi e così la vicenda si conclude con il matrimonio dei due.
L'opera  
L'opera ha un tono lirico piuttosto drammatico e fa l'elogio dell'età dell'oro, quando l'uomo viveva a contatto con la natura, libero dagli impacci di una morale convenzionale creata dalla cosiddetta civiltà. L'Aminta esprime "una fondamentale aspirazione dell'anima e della poesia tassiana: l'abbandono al piacere, a una voluttà obliosa, il vagheggiamento di un libero espandersi dell'anima e dei sensi, o meglio di una sensualità trasfigurata in dolcezza, in pura, immediata gioia vitale senza più la coscienza del limite e del peccato" (Pazzaglia). E si inquadra benissimo nel clima della vita vagheggiata alla corte estense, alcune personalità della quale è forse possibile intravedere nei personaggi dell'opera.
[da Wikipedia]


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